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Sbalordirsi dell’essenzialità: la mia missione in Tanzania.

La missione non è soltanto lavorare. Si convive con la semplicità di quello che la giornata dispone, con l’essenzialità delle cose da fare tutte portate alla vera relazione, con la spontaneità di persone che sorprendono e si lasciano sorprendere.

Di Luigi Laguaragnella

Viaggiare è azione inflazionata. E’ più che mai di moda. Senza dubbio, il viaggio, di qualsiasi tipologia solletica novità, curiosità, crescita. Molte persone viaggiano continuamente, quasi volendo sfuggire alla propria realtà. Viaggiano indistintamente restando limitati, forse, in quell’ottica di accumulo per puro gusto concorrenziale.

Poi esistono altri viaggi desiderati, pensati, meditati, già in passato sfiorati e che attendevano le giuste coincidenze della quotidianità per potersi realizzare. Questi viaggi che, sin da prima della partenza, alimentano emozioni e uniscono il desiderio di scoperta, di cambiamento, di ringraziamento hanno bisogno di tutta la persona, in corpo e anima, per renderli tra le cose più belle che la vita possa offrire. Spesso ascoltati dai racconti dei conoscenti e degli amici, rappresentano un punto (quasi) di conversione della propria vita. Tutto ciò può essere racchiuso nella parola missione, che è più di un viaggio. E’ mettersi a disposizione, osservare una cultura totalmente altra dalla propria, è calarsi nella vita della gente con altre abitudini e tradizioni, in qualche modo comprenderla con tutte le contraddizioni. Si può dire: la missione alimenta un desiderio di mettere in gioco la propria vocazione o il proprio stile di vita.

Per tre settimane un gruppo di 12 persone guidato da don Benedetto Labate, si è diretto in missione in Tanzania, divenuta da due anni provincia della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Dodici diverse sensibilità e mentalità hanno usato le proprie giornate di ferie e vacanze per una missione. Dodici persone provenienti da Bari e Firenze tutte diverse, con esperienze e soprattutto motivazioni differenti. Tutti in qualche modo testimoni di una quotidianità diversa, tutti con personali motivazioni nutrite dalla missione. Durante la permanenza in Tanzania, il gruppo ha avuto l’onore di partecipare alla messa di ringraziamento presso le suore Orsoline per questo missionario che rappresenta il filo d’unione tra l’Italia e il paese africano. E’ quasi scontato ricordare la lunga durata della messa africana, ricca di colori, musiche e danze, ma è necessario per puntualizzare che è davvero una festa, dove le persone si aggregano e si incontrano con entusiasmo; la celebrazione eucaristica si vive come una rarità dato che molte persone percorrono lunghi cammini per parteciparvi.

La voglia di sperimentare mentalità diverse, un senso di ringraziamento per i doni di Dio, la capacità di comprendere il proprio cammino di scelta e di vita, la bellezza di poter assistere e ammirare l’essenzialità della vita africana e dei paesaggi che trasmettono ancora “un senso primordiale della natura”: sono solo alcune di queste motivazioni. Senza dubbio la missione porta con sé numerose domande, che però girando per villaggi, lavorando e stando con gli abitanti non generano risposte, bensì spiazzano le proprie domande con altre. La Tanzania, la concezione del tempo africano, basato davvero dalla luce del sole e da ciò che la natura predispone inevitabilmente catturano.

La missione non è soltanto lavorare. Anzi se si parte con lo spirito incline ad un senso di superiorità di voler cambiare una porzione di mondo, di faticare dalla mattina alla sera si rimane delusi. La missione è soprattutto osservare, calarsi nella vita quotidiana dei villaggi, percepire le apparenti contraddizioni, è ammirare la ricchezza della semplicità della gente e dell’energia dei bambini e, allo stesso tempo, restare sbalorditi dalla forza di volontà di missionari e suore che da decenni sono impegnati tra i tanzaniani offrendo speranza, possibilità di vita e scambio culturale. Si resta incantati dalla flemma con cui gli africani vivono la giornata e percorrono chilometri innestando la domanda “ma dove saranno diretti in mezzo a tanta natura?” Eppure si incamminano. In silenzio. Senza pretese.

Vivendo la missione vengono smontate le strutture che caratterizzano la nostra frettolosa società occidentale. Si convive con la semplicità di quello che la giornata dispone, con l’essenzialità delle cose da fare tutte portate alla vera relazione, con la spontaneità di persone che sorprendono e si lasciano sorprendere.

Per tutta la durata del viaggio è stato possibile avere uno sguardo ampio sulla Tanzania e sulle opere che i missionari hanno avviato dagli anni 60. E’ ammirevole lo sforzo da loro compiuto con l’aiuto di tanti laici. E’ confortante e come dire, “confermante”: la Provvidenza compie miracoli silenziosi adempiendo a quel detto africano che dice: fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce.

Visitando alcune delle 17 realtà missionarie, i 12 volontari hanno ammirato l’ospedale San Gaspare di Itigi, un grande polo a forma di croce divenuto punto di riferimento della zona che può accogliere 300 pazienti; il Villaggio della Speranza a Dodoma che risolleva tanti bambini affetti di Aids, offrendo calore, accoglienza e cure.

L’idea delle missioni è quella di evangelizzare e sulla stessa linea incentivare la promozione e la valorizzazione sociale. Le opere vengono costruite con l’obiettivo di arrivare al maggior numero di persone. Dov’è la presenza dei missionari anche i villaggi vicini riescono ad avere accesso all’acqua e alla corrente.

Accanto ad ognuno di questi progetti i missionari investono molte risorse sull’educazione e sulla formazione. Hanno costruito ambiziose scuole facilitando l’accesso all’istruzione a molti ragazzi. Le loro scuole sono tra le più riconosciute dello Stato e incentivano i giovani nel loro percorso di studi. Allo stesso modo sono state formate professionalità medico-sanitarie. L’intento delle missioni è quello di permettere alla gente di poter credere al miglioramento e soprattutto sostenersi autonomamente. Sacerdoti, suore e volontari rappresentano il sostegno per far credere ai tanzaniani nelle loro capacità.

Tra i numerosi giri immersi nella natura e nella rustica vita dei villaggi corredata di case di fango e mattoni e baracche d’ogni genere, un’altra tappa di questa missione è stata l’orfanotrofio Makalala a Mafinga a circa 2000 metri d’altezza nei pressi di Iringa (la zona dei parchi naturali dove poter girare per un safari), gestito da uomini e donne amici della missione. Una realtà grande che accoglie 22 piccole anime abbandonate dai loro genitori per diversi motivi economici, depressivi. Resta la bellezza di questi bambini che nella loro spontaneità sorridono e prendono costantemente la mano per sentire un contatto simile all’amore. A Makalala i minori vengono seguiti e curati con grandi sacrifici, ma Filippo e Stella (i responsabili dell’orfanotrofio)  stanno pensando ad alcuni progetti per rendere sostenibile questo grande appezzamento donato dalla diocesi con un orto e una parte dedicata al pascolo. Per Makalala lavorano circa 13 persone e non è semplice la gestione in quanto si spera sempre negli aiuti e in forme di sostegno. Eppure la tenacia e la volontà delle persone che aiutano questi bambini è sbalorditiva. Sbalorditiva come la struttura accogliente, sbalorditiva come la capacità dei bambini di saper sciogliere quel freddo dei 2000 metri. Qui nessuno recrimina niente, nessuno giudica. Si guarda solo al bene da compiere per i più piccoli, non c’è tempo per recriminazioni. Dall’esterno, invece, sarebbe molto più semplice indignarsi… La sintesi che, pur assistendo a disuguaglianze, incongruenze, squilibri e ingiustizie che farebbero, come si dice, oscurare il volto dalla rabbia, quei bambini sono tutto ciò per cui essere “emozionati neri” per apprezzare i doni della vita in ogni circostanza.

Ci si potrebbe indignare di com’è la vita nel villaggio di Chibumagwa, che ha ospitato il gruppo di don Benedetto per dieci giorni in cui si è lavorato e vissuto insieme agli abitanti. Ci si potrebbe indignare perché qui c’è l’essenziale. La corrente nelle case è giunta da un anno e mezzo, la gente vive di sussistenza, in attesa di raccogliere riso e che il lago artificiale costruito proprio dai Missionari nella vallata disponga di pesci. Ci si potrebbe indignare per la gente e i bambini che non hanno molte possibilità di esprimersi e di realizzarsi. Eppure in questa zona dell’entro terra della Tanzania all’interno della Rift Valley si rimane sbalorditi proprio da quella vita del villaggio ai piedi del lago dove il sole al di sopra dei monti crea pennellate di tonalità cangianti sull’acqua o si incastra tra i rami di isolati baobab.

Si rimane sbalorditi perché a Chibumagwa il tempo sembra essersi dimenticato dell’essere umano, ma tutto scorre con un proprio ritmo, silenzioso, lento, di attesa. Nessuno si lamenta del terreno arido di sabbia e secchi cespugli o del lago di cui una parte è prosciugata e quindi della scarsità dell’acqua. Giunti in questa lunga tappa centrale della missione, cuore di questa esperienza tanzaniana, il gruppo rimane incantato da tanta essenzialità e della gente che vive senza affanni, ma cerca comunque di impegnarsi (non molto distante è il deserto del sale di Kiningali, da dove si ottiene qualche chilo di sale dalla terra). Paradossalmente il gruppo si è rivelato più utile “facendo meno”. Il gruppo si è adeguato alle necessità del territorio, lavorando per quello che era richiesto, come imbiancare la casa dei missionari e stare insieme ai bambini, giocare spontaneamente con loro. Si è creato tra i più giovani del gruppo e i bambini del villaggio quel vero scambio culturale e soltanto questo dà speranza. L’impressione è che molti bambini, che si avvicinavano al gruppo per ricevere le caramelle (in shwaili: pipi), vedevano forse per la prima volta persone con il colore della pelle diverso. Rimanevano stupefatti addirittura nel rivedersi sul display di un cellulare dopo un selfie. Allo stesso modo il gruppo rimaneva ogni giorno meravigliato dalla bellezza del paesaggio: atmosfera bella e particolare, nonostante alcune difficoltà pratiche. Chibumagwa ha subìto la chiusura del vecchio ospedale, che rappresentava un punto nevralgico per gli abitanti, ma i missionari qui operativi stanno svolgendo un lavoro di nuova aggregazione, tentando di riportare la gente a collaborare attorno alla vita parrocchiale dove c’è la Scuola della Gioia. Inoltre il centro Buon Samaritano di suor Carmina, un’adoratrice del Sangue di Cristo in terra tanzaniana da oltre venti anni, rappresenta un punto di appoggio per molte donne per risvegliare la loro dignità e possibilità di riscatto sociale, meno dipendenti dagli uomini, che qui ancora sottomettono le mogli in diversi modi. Suor Carmina rappresenta quel tipo di persone che fanno davvero credere all’esistenza di Dio. In silenzio e sobrietà, ma con totale amore e disponibilità affronta situazioni complicate. Tutelando la donna, si possono tutelare i bambini e gli anziani. Nel suo centro le donne svolgono attività di laboratorio, intraprendono un cammino di crescita. Qui c’è un dispensario che perlomeno permette alla vita del villaggio di curarsi.

Chibumagwa rappresenta il cuore di questa missione. E’ il cuore della missione in Tanzania dei seguaci di San Gaspare. Probabilmente, rispetto alle altre missioni, si guarda a questa come una bella sfida dove, però si vuole rispettare quel senso del tempo che pare entrare in misterioso relazione con Dio. I dieci giorni in questa missione si sono rivelati, seppur dedicati al lavoro, una tappa di riflessione in questo pellegrinaggio dell’anima ponendo davanti a sé le cose che contano: l’affetto, la fede, la semplicità della vita, la sacralità di sentirsi creature e rimescolando ogni tipo di comoda convinzione dello stile di vita occidentale.

Inconsapevolmente i giorni di Chibumagwa sono stati descritti per ultimi in questo articolo. Sarà il suo destino: rimanere tra gli ultimi, al fondo, al limite dell’oblio, ma in realtà quello è stato vissuto ai piedi del suo lago regge il senso di tutta questa esperienza: non fa oscurare il volto dalla rabbia, ma rende emozionati neri.

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